DENARO E INDIPENDENZA IN CARLA LONZI
DENARO E INDIPENDENZA IN CARLA LONZI
di Alina Rizzi

 

Vi propongo dei brani tratti dal bel libro di MARIA LUISA BOCCIA “L’IO IN RIVOLTA, VISSUTO E PENSIERO DI CARLA LONZI” (La Tartaruga, 1990), in cui è evidenziato il problema del denaro e dell’indipendenza in Carla Lonzi, un tema doloroso ancora oggi per ogni donna scrittrice o artista. Le frasi della Lonzi e i commenti della Boccia, possono aiutarci a chiarirci le idee a distanza di anni, segno che alcune scritture e riflessioni non passano certo “di moda”.

..Il lavoro e la vita sociale sono al centro di tutti i suoi conflitti con gli uomini. Con il padre e con il marito anzitutto, perché entrambi “erano perfetti per il mondo, cioè lavoravano e guadagnavano e non riconoscevano chi non risolveva prima di tutto il problema economico.

Illuminante rispetto a questa identificazione dell’uomo con il lavoro è quanto scrive dei fratelli, confrontando le proprie condizioni di vita con le loro. Adolfo che vive come un eremita, in una campagna povera, avendo rinunciato ai privilegi sociale, denaro e cultura; ed Emilio che ha vissuto errabondo nel mondo, per ritrovarsi poi di nuovo sbalzato a Firenze, con un solo problema, come guadagnarsi da vivere, le provocano sensi di colpa. Come donna lei ha affrontato “gli ostacoli più ingombranti della vita, quelli economici, nel modo più classico per una donna”, mediante l’apporto di un uomo. Oltre il senso di colpa, esclama: “Per fortuna non sono nata uomo…sono nata donna e ho sofferto anche molto, ma almeno non avevo da pensare ad altro…”

Carla Lonzi non avverte la sua vita come inattiva, o parassitaria, non cede al giudizio moralistico sul dovere sociale del lavoro, perché non fa suo il metro di questo giudizio, ovvero il denaro e l’indipendenza economica.

La condizione per poter evitare l’isolamento, e per non subordinare la ricerca di sé alle necessità della sopravvivenza materiale e sociale, è quella di accettare a dipendenza economica da un uomo. Questo è il paradosso più serio della posizione di Lonzi. Paradosso che va esaminato attentamente senza cedere a facili valutazioni. Cominciando intanto con l’individuarne i termini.
Da un lato accettare di risolvere il problema economico “nel modo più classico per una donna”, significa assumere la possibilità che autonomia e libertà per una donna siano acquisibili senza necessariamente far precedere ad esse l’indipendenza economica.
Questa possibilità è coerente con il convincimento comune a tutto il neofemminismo che la vera indipendenza femminile risieda nella sessualità, e consista nella cancellazione /negazione del proprio (differente) principio di piacere nella relazione con l’altro. L’autonomia insomma non coincide con l’indipendenza, così come l’inferiorità/complementarietà della donna rispetto all’uomo non coincide con il ruolo sociale della donna.

Concretamente questo significa che non vi sarebbe spazio e modo di praticare forme di libertà e d’autonomia per tutte le donne le cui condizione materiali di vita dipendono dal reddito familiare.Tra queste non vi sono solo le casalinghe, ma molte donne che lavorano senza con ciò raggiungere una reale indipendenza, molte donne giovani, disoccupate o studentesse, molte pensionate, ecc..

…affermando “per fortuna sono nata donna” Lonzi ipotizza un potenziale vantaggio per le donne nel non doversi misurare con la lotta per l’esistenza, con la concreta e determinata costruzione delle proprie condizioni di vita.

Una donna- questo il suo messaggio – può accettare la dipendenza economica, se questa non compromette drasticamente le sue possibilità di autonomia. Se cioè in quella concreta situazione riuscirà comunque a trovare il proprio autonomo principio di piacere, questo potrà consentirle poi di rivolgersi al mondo esterno, di allargare il proprio campo d’azione, di sperimentare una presa sulla realtà.

Si ribella violentemente al consiglio di un’amica che ritiene un suo obbligo partecipare alla vita sociale di Consagra (il marito), sostenerlo nel lavoro e nelle relazioni pubbliche che esso richieste, poiché ella vive “senza guadagnarsi il pane”; la definisce una “esplicita, intimidatoria spinta a corrompermi per un altro, io che non l’ho fatto neppure per me stessa”, e si chiede se lavorare per il femminismo valga davvero niente, dato che nessuno considera come questa scelta l’abbia portata a “vivere di elemosina privata”
Il diario testimonia di quanto forti e ricorrenti siano i sensi di colpa e di malessere che prova nel trovarsi in una situazione non creata da lei, di cui non padroneggia le reali risorse…. “E’ brutto per me non avere soldi miei perché mi rimane un disagio sua nell’adoperarli che nel non adoperarli, e poi vedo che Simone una familiarità a me sconosciuta nel disporne anche con balordaggine.Perché sono suoi, non sono miei, qualsiasi cosa accada non sono miei.” Misurerà quando è profondo questo disagio quando si tratterà di soddisfare tramite Consagra un suo desiderio profondo: la proprietà di una casa in campagna.

Sarà tuttavia felice di poter dire “Turicchi è mia” , quando sarà ottenuta con due sculture di Consagra, una delle quali, un fiore nero su uno stelo sottile,le apparteneva e sarà esposta non lontano dalla casa.

Dove la contraddizione diviene incontenibile, ed è per lei bruciante prenderne atto, è quando si sente risucchiata nella spirale del destino femminile, quando si sente “ stremata di dispersione”, sottratta a se stessa dal diritto che ha dato agli latri, al suo compagno e al figlio in primo luogo, di pretendere la sua vita, la sua disponibilità, la sua collaborazione, anche solo la sua presenza.

Occuparsi d’arte, scrivere, fare riunioni femministe, le appare una complicata costruzione, innalzata per illudersi che la propria vita fosse diversa da quella della madre.
…”Un uomo passa da una madre all’altra”, questo è “l’aspetto veramente riposante e rigenerante dell’umanità” svolto dalle donne.Al contrario “ la stanchezza femminile si basa proprio sul fatto che, una volta uscite dalle attenzioni della madre,nessuno di prende cura di noi”. “L’uomo, anzi, ritiene di prendersi cura di una donna, semplicemente stancon con lei; e la donna stessa lo crede”.

I gesti delle donne, destinati a non divenire un prodotto, proprio perché il loro valore è affidato alla relazione e alle persone, le appaino “gesti nell’aria come quelli degli equilibristi”.

Il lavoro, sentito come “ la prigione visibile” fatta di “orari, colleghi, formalità, prestazioni, rendimento, interesse, alienazione”; il lavoro a cui confessa “non mi piace pensare”, le si presenta allora come necessario, per poter riaffacciarsi nel mondo.

Avverte comunque con nettezza che la “maledetta dipendenza economica” rappresenta il nodo decisivo del suo precario “ equilibrio psichico e materiale”. Sente che la sua “libertà d’azione” ne è bloccata, ma d’altra parte ritiene di non poterla affrontare seriamente, perché “non ho nessuna speranza di poter conseguire l’indipendenza economica ad un livello per cui valga la pena e non intendo accorciarmi la vita con i disagi e le fatiche”.

La sua stessa concentrazione nella scrittura e nell’autoanalisi le risulta soffocante, inerte. “Non posso stare tutto il giorno a pensare a me stessa – scrive – finirò per impazzire a essere continuamente cosciente di me, di me, di me”.

Ma immagina anche, continuamente, nuove attività da sperimentare: dal filmare i gesti delle donne nell’accudire, al teatro, alla realizzazione di una mostra, alla creazione di una casa editrice. Progetti che non vengono quasi mai connessi la problema economico, né in termini di risorse, né di guadagni, dimostrando in ciò, un’indifferenza ai mezzi tutt’altro che inusuale tra le donne.

La percezione della prigionia è un dato costante nella vita di Lonzi. Di questa percezione di ammala, la soffre acutamente nel corpo, oltre che nell’anima.

In altra forma lo stesso conflitto esplode rispetto alla maternità. “Da quando ho il figlio non ho potuto che fare compromessi, prendermi piccole porzioni di un intero a cui rinuncio continuamente”. “Stanotte sentivo un peso fisico, un’impossibilità fisica a continuare la vita con Tito.Dicevo a Simone: “Cosa posso fare per vivere io, lo devo uccidere?”
…. “Un’amica pittrice quando ha deciso per la sua autonomia come artista ha lasciato il figlio con il padre. Mi viene dal pensare: ma cosa può darle la pittura che valga una tale rinuncia? Perché questo aut-aut? Eppure anche io vorrei essere sola, da quindici anni non lo sono e mi sgomenta l’idea, vorrei esserlo un po’”.
….Ma il senso di colpa che esprime non ha nulla a che vedere con la paura di non amarlo.
“..lo amo davvero, senza ambivalenze, sono certa d’amarlo, lì non mi inganno. Morirei al posto suo”. E’ anzi proprio la consapevolezza che l’amore per l’altro può possederla, a farle vivere il conflitto, ad acuire il senso della perdita di sé, insita al rapporto.

Carla Lonzi è dotata di una natura esigente e appassionata, esasperata da una ferita infantile che l’ ha portata ad introiettare un sentimento di dissidio, di non rispondenza tra il suo io ed il mondo…..
Eppure non è difficile riconoscere anche un problema tipicamente femminile.
Si tratta dell’impossibilità per una donna di dare forma visibile, ad esteriorizzare il contenuto in cui essa ripone il senso più vero e profondo della sua libertà: il piacere di sé, di assecondare un moto interiore solo perché in ciò essa si sente davvero se stessa. Quando questa difficoltà urta contro un bisogno altrettanto forte di esprimerlo, il dissidio può divenire lacerante. Se ciò avviene la donna può o sperimentare la follia o trovare la forza di perseguire il suo bisogno, anche a prezzo di apparire e risultare spietata, intransigente, incomprensibile agli altri e, talvolta, perfino a se stessa.

Il primo imperativo per non morire, o uscire di senno, è liberarsi del senso di colpa.

La spinta è allora alla fuga, a spingere il conflitto all’estremo, immaginando che la possibilità di riuscire sia in un altrove.

“Sono io – riconosce – che faccio un gesto di libertà e poi me ne punisco. Sono io che mi sospetto vittima di altri mentre non lo sono che di me stessa. Sono io che sollecito delle rappresaglie, me le aspetto, mi preparo a fare fronte”.
……
“Ma se per ritrovare la mia autonomia, sono costretta a respingere l’amore mio e degli altri (per Simone e di Simone per esempio) sento che impazzisco…”
…….
“Ho sempre in un angolo del cervello – scrive – ben impressa l’immagine di una vita diversa da quella che ho vissuto, una vita al cui confronto questa è tragica, dolorosa, incomprensibile. Se riuscissi a cancellare quell’immagine avrei, della mia vita, un senso accettabile”.
L’immagine persiste non già, come può apparire, perché la vita che conduce sia prevalentemente triste, vuota, pesante. In molti momenti esprime anzi soddisfazione, pienezza, appagamento. E’ che dentro di sé porta costante il dubbio su “chi sono”.

La libertà è dunque innanzitutto un atto d’amore per se stessa, di autorizzazione a trovare in sé il proprio principio di piacere e di realtà. Assumere il rischio non è solo accettare il conflitto con gli altri che questo procura, ma anche pagare il prezzo più alto, quello di ridimensionare le proprie pretese, di riconoscere che, forse, la vita veramente propria non è altra cosa da quella vissuta. Si tratta, appunto, di riconoscere in cosa è propria, di assumerla più pienamente nelle mani. Impresa questa, come Lonzi sperimenta, ben più ardua che non immaginare un altrove, tentare periodicamente una fuga. Per vivere il rischio Carla Lonzi si assicura alcune condizioni. La prima, la più importante,è rappresentato dal gruppo femminista.

L’altra condizione è di avere uno spazio per sé, “un luogo” fuori dalla famiglia, fuori dalla società; la stanza tutta per sé di cui parla Virgilia Woolf…Questo spazio è per lei rappresentato dalla scrittura e, successivamente, trova in Turicchi un luogo reale e non solo simbolico.

Una volta trovato nella solitudine “il suo clima” può guardare in altro modo alla spinta verso la quiete e la rassicurazione di vive bei rapporti e a quella, opposta, verso l’imprevisto, la fuga, la messa in discussione costante. Cercherà invece quali siano le modifiche necessarie da apportare via via, invece di dirsi “cambierò tutto”.

Poi emerge, in questo vuoto, l’altro desiderio non rinunciabile: “voglio essere quello, la Carla”. Trovare un posto per sé nel mondo a Carla Lonzi non apparirà mai facile. Lungo questo sofferto cammino troverà però la forza di non rinunciare a se stessa, e dunque a trovarlo, pur abbandonando la fantasia del “comincerò da capo”, del “cambierò tutto”. “Non faccio progetti lunghi, non mi creo aspettative, non devo ribellarmi a nessuno, non devo tagliarmi i ponti dietro, devo solo vedere se questa è la mia vita oppure no, se è altrove. Non ci tengo che sia questa piuttosto che quella, mi è indispensabile che sia la mia e sarò sempre all’erta quando mi parrà che la mia comincia a non esserlo più”.

“Liberata – così si descrive – dall’idea di dover portare la mia barca in un posto, liberata dal bisogno di giustificarmi e giustificare la vita ai miei occhi,liberata dalla speranza che qualcosa cambi, che migliori, che sia la vera vita, liberata dal ruolo materno femminile, liberata dal sospetto di aver creduto pr mancanza di fede o per stupidità, liberata di voler dimostrare che “è possibile” essendo donna, liberata dall’avere qualcosa da salvare……
Liberata, insomma, dai veli dell’ideologia, dai fini precostituiti, dalla “profezia” da far avverare.

“Io voglio rapporti umani più vasti, il mondo per me è l’ infinità dei rapporti umani possibili. Questo il patriarcato non lo contempla. Ecco perché la donna ricade nella famiglia o si butta nel lavoro. Cioè sparisce dalla società in quanto voce femminile”.

Se è la parola il segno della coscienza, la scrittura è il modo di potenziarlo e di verificare l’effettiva autonomia del proprio dire, il suo attenersi alla verità singolarmente posseduta, accertata, piuttosto che aderire ad una verità proposta. Carla Lonzi ha fatto della scrittura autocoscienziale la sola attività in cui si è impegnata negli ultimi dieci anni della sua vita, dalla scoperta del femminismo alla sua morte. Inoltre ha creato una collana (Scritti di Rivolta Femminile, noti come libretti verdi) dove pubblicare i testi dell’autocoscienza.

 
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