La goccia si allunga, si tende tremando, resta immobile qualche istante e, quando pare ormai congelata per sempre in quella posizione, si stacca e scivola nel tubo trasparente fino alla valvola. Fa un rapido giro dentro la curva e si precipita senza esitazioni verso il basso, dove trova l'ago: qui sparisce rapida, dentro la vena dell'uomo.
Daniela gli stringe piano le dita e lui si muove nel sonno, lamentandosi.
Non ha idea di cosa provi ma si precipita ugualmente a rimboccargli le coperte e a bagnargli le labbra increspate con un fazzoletto umido, finchè non lo vede quietarsi. Allora torna seduta ad aspettare.
Cerca di immaginare le cose che faranno insieme, quando lui tornerà a casa. Vorrebbe preparare un programma, organizzargli una sorpresa, ma non ha idee. Riesce a concentrarsi soltanto sui ricordi:le vacanze rimandate, i progetti accantonati in attesa di tempi meno congestionati, e tutte le ore bruciate dal lavoro di entrambi.Ricorda anche l'albergo, quello sul lago, con le tende arancioni e i piccoli balconi che si affacciano direttamente sull'acqua fredda e trasparente.Ogni primavera hanno progettato un week-end in una di quelle camere, pregustando per ore il momento in cui l'ossequioso personale dell'hotel li avrebbe accolti nella hall e accompagnati in una stanza arredata con mobili antichi, invasa da mazzi di rose bianche. Insieme hanno immaginato il paesaggio che avrebbero ammirato dalle fineste spalancate, nella lunga notte tiepida, in cui l'emozione li avrebbe tenuti svegli fino all'alba.
Sorride, nonostante le ore trascorrano lente, scandite dalla goccia che cade nel tubo della flebo, dilatate all'infinito dal respiro di Nicola, rauco e pesante. Dopo un po' si accorge che anche il suo petto va su e giù con lo stesso ritmo, che sobbalza se lui geme, che trema quando lui si agita. Riesce a quietarsi soltanto quando lo vede nuovamente sprofondare nel torpore arido dell'anestesia. Ed è a quel punto che vorrebbe sdraiarsi al suo fianco, rassicurarlo tra le proprie braccia e magari tranquillizzare anche se stessa contro di lui.
Invece non osa neppure sfiorarlo, nè tantomeno raddrizzargli il cuscino, nel timore di disturbarlo. Ha un'aria così insolitamente fragile e vulnerabile, del tutto nuova.
Ma non sarà così ancora per molto. Presto uscirà dall'ospedale e avranno tantissimo da festeggiare, non ultimo il loro anniversario. Daniela annuisce tra sè. Questa volta lo costringerà a tornare in quel ristorantecon le candele in mezzo al tavolo, il ramoscello di orchidee adagiato sul tovagliolo e i camerieri silenziosi e discreti vestiti di scuro. Questa volta non accetterà un regalo costoso in sostituzione della cena, nè le solite promesse, fatte solo per essere rimandate. Nessun facoltoso cliente potrà rubar loro altro tempo.Daniela è decisa e già emozionata dall'idea, fiduciosa, per questo,quando lui inizia improvvisamente ad agitarsi, resta immobile sulla sedia, senza capire cosa stia accadendo. Guarda l'uomo nel letto ma ha ancora davanti agli occhi quella giacca blu, tagliata su misura, che ingentilisce le sue larghe spalle. Gli comprerà una cravatta adeguata, moderna, colorata. Sarà elegante e disinvolto.
Si alza di scatto solo quando Nicola apre gli occhi ed è subito accanto a lui. Precipita nella realtà come nel vuoto. Vorrebbe essergli d'aiuto, calmarlo, ma lui sembra non vederla. Si dimena, mormora parole indecifrabili. Daniela gli immobilizza il braccio, dal quale si è strappato l'ago ipodermico, ma intanto osserva incredula i suoi occhi: non la riconosce.
D'un tratto le pare di soffocare, come se una cappa umida premesse sulla stanza. Nicola batte i denti, mormora che ha freddo ma lei non si muove: sta tremando e si guarda attorno smarrita.
Che cosa vuol dire ho freddo? Cosa dovrebbe fare?
E' come se il suo cervello non recipisse il messaggio, come se si fosse interrotto qualsiasi contatto tra la mente e gli arti. Vorrebbe senz'altro fare qualcosa ma non riesce a muoversi, mentre lui si agita delirando.
Perchè non la riconosce? Cosa sta accadendo?
Il suono d'un campanello la fa sobbalzare. Si volta. Nota un uomo, un paziente tra gli altri, in piedi sulla porta della camera, che osserva il corridoio affollato: dice che stanno arrivando.Daniela non comprende. L'infermiere entra nella stanza poco dopo, sta ridendo di qualcosa, commenta il tempo pessimo.
Pare che piova, infatti.
Sì, piove, questo Daniela lo ricorda.
Poi l'uomo si avvicina a Nicola e gli da un sonoro schiaffo sulla guancia, che la fa sobbalzare.
"Sarebbe anche ora che si svegliasse, non crede?"
Lei non risponde.
"Ha freddo," dice soltanto.
L'altro annuisce, lanciandole un'occhiata incuriosita. Riposiziona la flebo nella vena del braccio poi prende una coperta dall'armadio in fondo alla stanza e la getta sopra Nicola, rimboccandogliala frettolosamente sotto i piedi che sporgono dal materasso. Se ne va canticchiando.
E'tornato il silenzio.
"Aveva freddo, nient'altro," sussurra Daniela, più a sè stessa che all'altro degente, sdraiato sul suo letto.
China il viso imbarazzata, mentre la coscienzariemerge da un remoto anfratto del cervello.
Non ha ancora smesso di piovere e le gocce battono sui vetri con un rumore sordo, monotono. Eppure durante la mattinata si era sollevato un po' di vento e gli inservienti scommettevano in una notte stellata. Daniela guarda oltre le finestre: sopra le montagne il cielo è ancora coperto e totalmente buio. I lampioni, giù nel parcheggio, sono avvolti da una nebbiolina irridescente.E' appena terminato l'orario delle visite serali e c'è molta gente nel piazzale di fronte all'ospedale. I fari delle auto illuminano immense pozzanghere, scure come laghi alpini, dove qualcuno sprofonda fino alle caviglie. Lei se lo sente fin nelle ossa quell'umido.
Per non pensarci si alza dalla sedia, si piega leggermente tentando la rotazione del busto, ma vi rinuncia subito: ha i muscoli della schiena indolenziti, le cosce doloranti come avesse fatto una lunga camminata su un sentiero ripido. E invece è pressochè immobile da ore. Sta aspettando, sapendo che sarà per l'ultima volta. Non vuole più trascorrere il tempo in quel modo, rinviando ogni evento in attesa di un momento ideale che forse non arriverà mai.
Dalla finestra vede un uomo, che attraversa il parcheggio stringendo contro di sè un bambino infagottato in un impermeabile giallo: l'ombrello basso sopra le teste per proteggersi dall'acqua scrosciante.
Vuole un figlio, ha deciso.
Non gliene importa se la sua carriera ne risentirà, se Nicola preferirebbe potersi prima trasferire in una casa più grande e magari terminare la specializzazione. Non importa se non sarà tutto perfetto. Non aspetterà.
"Perchè non ti siedi un po'?"
Daniela sobbalza, avvertendo una leggera pressione alle dita: Nicola le sta stringendo la mano.Tenta anche di spostare il capo dalla sua parte,per guardarla in viso, ma è sicuramente doloroso e poi sembra sfinito.
D'istinto lo prega di non sforzarsi a parlare, si prodiga per aiutarlo. Gli raddrizza il cuscino sotto il capo, rimbocca le coperte per almeno la millesima volta, controlla che l'ago sia ben inserito nella vena, finchè lui non l'afferra di nuovo, con più forza questa volta.
"Sto bene , piccola"le dice, abbozzando un sorriso stanco.
E' vero, sta bene, ripete Daniela a sè stessa. Ora guarirà.
Annuisce convinta, lisciandosi i capelli nervosamente. Si sente scarmigliata, pallida ed esausta. Ciò nonostante lui la riconosce questa volta. La guarda con calore.
Daniela lascia ricadere le braccia sospirando. Non è cambiato nulla in fondo: quell'uomo è ancora suo marito, e presto tornerà a casa.
Gli sfiora il viso con dita esitanti e Nicola gliele bacia. Sì, è proprio lui, può tranquillizzarsi adesso.
Con precauzione gli si avvicina un po' di più, si siede sulla sponda del letto, e sorride: prima o poi le verranno in mente tutte le cose che voleva dirgli.
"Ciao" sussurra, come fosse appena tornato da un lungo viaggio.