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Marina Cvetaeva
di Mariella Mischi
Marina Cvetaeva nacque a Mosca il 26 Settembre 1892. Iniziò a scrivere versi a soli sei anni e il suo primo libro, Album serale, conserva le poesie scritte tra i 15 e 17 anni. La raccolta uscì a sue spese, a tiratura limitata, ma fu recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo:
Marina Cvetaeva
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Gumilev, fondatore della nota corrente "acmeista", e Vološin; quest'ultimo la introdusse negli ambienti letterari e fu suo ardente estimatore. Tra i 16 e i 18 anni, con altre due raccolte nel 1912-13, (Lanterna magica e Da due libri), la Cvetaeva rappresentò una figura in grande affermazione nella nuova poesia russa. Nel 1912 sposò Sergej Efron, amico d'adolescenza e suo primo editore. Tra il 1916 e il 1920 svolse un lavoro poetico enorme: Insonnia, Versi per Blok, Sten'ka Razin, Agli Ebrei, dove offrì esempi di intenso raggiungimento lirico con un timbro alto e teso, volto alla ricerca di una poetica innovativa.
Boris Pasternak, di lei affermò: "La verità è che bisognava saperla leggere con attenzione. Quando lo feci, restai senza respiro per quell'abisso di purezza e di forza che mi spalancava davanti…In breve, non è sacrilego dire che…la Cvetaeva prima maniera era precisamente ciò che avrebbero voluto essere, e non furono, tutti gli altri simbolisti presi insieme…Subito mi conquistò la violenta liricità della forma, vissuta intimamente, non fioca e esile, ma potentemente stringata e concisa, non col fiato grosso a ogni verso, ma capace d'abbracciare, senza mai interrompere il ritmo, con un periodare ampio e solenne, intere serie di strofe. Scoprii in queste caratteristiche una sorta di affinità tra me e lei…"
La sua vita fu molto travagliata a causa degli eventi storici rivoluzionari accaduti, in Russia, durante il 1917; anno che determinò l'isolamento letterario e politico. La Cvetaeva si dichiarò avversa ai rivolgimenti rivoluzionari di quell'anno, scrisse versi di professione monarchica, anche se fu conscia che, giocare sulla carta dello zar, significava giocare sulla carta perdente. Ma questo non stupisce, dal momento che lei era fatalmente spinta ad andare contro corrente. Nel maggio 1922 lasciò legalmente l'Urss con la figlia e raggiunse il marito, rifugiatosi all'estero dopo la vittoria bolscevica nella guerra civile, a Praga, dove visse il periodo migliore della sua vita. Qui scrisse: Dopo la Russia,
L'accalappiatopi, Il poema della montagna e Il poema della fine.
Nel 1925 lasciò la Cecoslovacchia per la Francia dove visse una vita difficile e tormentata. Tornò a Mosca nel 1939 e, nell'agosto, venne arrestata la figlia Ariadna; nell'ottobre, il marito Efron, scomparve per sempre come il figlio Mur, nato, presumibilmente, a Praga nel 1922.
Nel settembre del 1940, Marina Cvetaeva scrisse su un quaderno di appunti:"…da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho una innata ripugnanza per l'acqua. Non voglio spaventare nessuno da morta, mi sembra di aver già paura - da morta - di me stessa."
Quando, l'estate successiva, cominciò l'invasione tedesca, la Cvetaeva venne evacuata ad Elabuga, misera località dell'allora Repubblica Tartara.
La domenica 31 agosto del 1941, rimasta sola in casa, salì su una sedia, girò una corda attorno ad una trave e si impiccò.
"già da un anno cerco con gli occhi un gancio…Da un anno prendo le misure della morte…Io non voglio - morire -. Io voglio non esistere."
Poetica
La sua poesia si è misurata sulla contemporaneità con grande libertà di forma e procedimento. Il discorso poetico non è evocativo, né descrittivo ma lo strumento dell'identificazione con l'oggetto, dell'appropriazione dell'oggetto. La Cvetaeva crea un linguaggio nuovo, strumento di identificazione, di scoperta del concreto della vita quotidiana, dei suoi miseri dettagli senza mai isolarsi in un acuto narcisismo, ma confrontandosi sempre con la storia della sua epoca.
L'orecchio della poetessa non è al servizio del canto, ma alla trasmissione dell'essenza delle cose aspirando, con parole e pensieri, a esprimere il suono.
Il suo verso è spietatamente frammentato: l'unità del suo discorso non è la p a r o l a, ma la s i l l a b a. La sua poesia si realizza nel movimento ed è totalmente intellettuale, razionale, concisa, omette o sottintende i termini della proposizione, non si costruisce sulla frase ma sulla rigorosa e sottile identificazione del significato con un ritmo irruente, precipitoso; un ritmo denso di assonanze e di rime serrate come in un complesso sistema di segnali acustici.
"Io non penso, io ascolto. Poi cerco un'incarnazione esatta nella parola. Si ha la corazza di ghiaccio d'una formula."(M. Cvetaeva)
Per la Cvetaeva "la poesia è come affondare un ago nel cuore Scrivete nel modo più preciso. Non c'è niente che non sia importante. Parlate della vostra stanza, se alta o bassa, e quante finestre ha, e quante tendine ha, e se c'è un tappeto, e che fiori ci sono…"
"Io sono molti poeti insieme e come questo sia in me accaduto è in fondo il mio segreto".
IL POETA (dal ciclo "Dopo la Russia")
Il poeta - da lontano conduce il discorso.
Il poeta - lontano conduce il discorso.
Per pianeti, per segni…per botri
di indirette parabole… Fra il sì e il no
lui - persino volando giù dal campanile -
rimedia un appiglio…Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della causalità. Ecco il suo legame ! Con la fronte in alto
disperatevi ! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.
Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,
chi c'è nella bara di pietra della Bastiglia -
com'è l'albero nella sua bellezza…
Quello le cui tracce si dileguano sempre
quel treno a cui tutti
arrivano tardi…
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti : bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando - esplosione e scasso -
il tuo sentiero, crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario.
8 aprile 1923
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