NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE

 

 

NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE

Alina Rizzi è nata a Erba (CO) nel 1967.

1991: giornalista pubblicista, scrive articoli e interviste per i seguenti periodici: Cosmopolitan, Tuttodonna, GrandHotel, Cavallo Magazine, Lo Sperone, Argos, Maxim, 20Anni, Essere e Benessere, Comogolf, Natural Medicine, Trentadì, Il Corriere di Como, Marea, Leggeredonna, Confidenze, Tu Style, Geniodonna.

Pubblica numerosi volumi pratici tra i quali, per citarne solo alcuni, “Dizionario completo dei nomi” “Il linguaggio dei fiori” , “Come salvare un matrimonio in crisi” editi dalle case editrici De Agostini, De Vecchi, Mariotti.

1998: pubblica il primo romanzo intitolato “AMARE LEON” (Borelli Editore- Modena), più volte ristampato e riproposto da Mondadori, da cui il regista Tinto Brass ha tratto il film intitolato MONAMOUR.

2000: vengono pubblicati il libro di racconti intitolato RITRATTI e un secondo romanzo intitolato DONNE DI CUORI (Lietocolle). Come consulente editoriale collabora con case editrici e cura volumi di poesia e antologie, tra cui “Il segreto delle fragole, poetico diario“.

2002: pubblica una raccolta poetica intitolata “rossofuoco” con prefazione di Alda Merini. Realizza il sito web www.segniesensi.it dedicato interamente alla letteratura e all’arte femminile classiche e contemporanee. Pubblica 2 plaquette nelle edizioni d’arte del Pulcinoelefante, a tiratura limitata, di cui una contenente trenta dipinti ad olio originali dell’autrice.

2004: con Dialogolibri pubblica la raccolta poetica “IL FRUTTO SILLABATO”, e con Borelli Editore il romanzo “PASSIONE SOSPESA”.

2005: esce la plaquette “DIO E LA BAMBINA” (Quaderni di Orfeo) e la riedizione rivista del romanzo AMARE LEON. Cura l’antologia poetica DONNE DI PAROLA ( TravenBook, Bolzano) e la raccolta di racconti erotici femminili CANTI DI VENERE (Borelli). Pubblica il romanzo COME BOVARY (TravenBooks ) con prefazione di Milena Milani.

2006: partecipa alle antologie: Nate a lavorare (ed. Girasole), Antologia della poesia d’amore femminile (Ta.Ti edizioni), Como, parole e segni (Dialogolibri), Antologia della poesia erotica contemporanea (ATI Editore). Pubblica la palaquette TU SEI UNO (Signum Edizioni d’Arte) illustrata con 8 collages dell’autrice.

2007: vince il premio letterario Dialogare di Lugano, il premio Scrittura Femminile Città di Trieste, il premio Storia di donne città di Arco. Cura l’antologia poetica femminile POETE DI-VERSI (4press Editore). Partecipa alla mostra di quaderni d’artista “TACCUINI DEL TEMPO” a Genova, Biblioteca Berio, poi presso l’Accademia Harelbeke in Belgio.

2008: pubblica la plaquette FROM MOGADOR (Dialogolibri). Presenta alla Galleria Quintocortile di Milano LA COPERTA DELLE DONNE, opera in progress a cui hanno collaborato 150 artiste italiane e straniere. Poi esposta a Como, Milano e Mosca. Partecipa alla mostra di quaderni d’artista WHERE I COME FROM alla fondazione Andrè Demedtshuis (Wielsbeke, Belgio), alla mostra collettiva ALT.IL CORPO E’ MIO (Galleria Quintocortile, Milano), espone opere a manifestazioni varie.

2009: viene allestita a Milano, dal sindacato Nazionale Scrittori, una lettura scenica della drammaturgia inedita NATASCHA E IL LUPO. Partecipa alla mostra “Lettere manoscritte” ( Genova Biblioteca Berio, poi Brescia). Espone a Genova e poi a Bergamo "La Coperta delle Donne", che appare in un programma televisivo di RAI 3 a dicembre. Partecipa alla performance I DIRITTI NEGATI di Maimuna Feroze Na, durante la 53 Biennale d’arte di Venezia. Tiene corsi di scrittura autobiografica.

2010: esce l'antologia IO E L'ALTRA (edizioni Joker) che contiene cinque drammaturgie femminili tra cui una di Alina Rizzi intitolata "Natasha e il Lupo". La "Coperta delle Donne" viene presentata in varie città con grande successo. Collabora col settimanale "TuStyle" (Mondadori), coi mensili "Geniodonna" e "Le Donne Raccontano".

(Tutti i libri pubblicati da Alina Rizzi possono essere visionati nella rubrica COVERS di questo sito. Nella rubrica SHORT troverete racconti e articoli usciti in antologie e riviste.)

 

 

 

Riguardo l'opera di Alina Rizzi, dal sito LADOMIR di Eugenio Alberti Schatz:

Una frase di Graham Greene ha colto talmente nel segno da diventare un aforisma celebre: lo scrittore deve serbare ‘una scheggia di ghiaccio nel cuore'. La scrittura di Alina Rizzi ha occhi di ghiaccio per narrare di eros e di morte. Ha pubblicato raccolte di poesie e romanzi, dalla sua prova d'esordio Amare Leon Tinto Brass ha tratto il film Monamour (2005, distribuito però solo in Francia): una storia che ha per palcoscenico il Festival di Letteratura di Mantova. Alina Rizzi collabora con riviste e giornali, ha curato interessanti ‘volumi pratici' come il Dizionario completo dei nomi, Il linguaggio dei fiori e Come salvare un matrimonio in crisi. L'inedito Oasi si spinge su un terreno tabù, ricostruendo la scena di un delitto indicibile con un linguaggio piano, familiare. Sarebbe interessante che scrivesse lo stesso racconto dal punto di vista del marito – come ha fatto Clint Eastwood con il dittico Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, e prima di lui Eschilo con I Persiani, seppure nella vicenda moderna di Alina Rizzi le due facce della medaglia siano identiche: tutti perdenti. L'8 marzo 2007 Oasi ha vinto il primo premio del Concorso letterario Scrittura femminile Città di Trieste, dunque non è più un inedito, ma quando Alina ci aveva inviato il testo ciò non era ancora successo.
Il racconto è illustrato da 6 tavole di Kito Amarilla che ci arrivano dall'Argentina (Mar del Plata) grazie all'amorevole mediazione di Juan Benassi, amico da tanti anni e attento non solo alle cose prosaiche della vita. Kito, di formazione scenografo e disegnatore, ha insegnato nelle scuole elementari e superiori ma si è anche 'sporcato le mani' insegnando attività artistiche nei quartieri, ai privati, a un gruppo di adulti con handicap neurologici... Una traiettoria engagè tipicamente sudamericana, o così ci sembra vista da qui. Segno spezzato, netto, che trasforma gli uomini in burattini, o tratti pastello che slavano e affumicano, rendendo le forme inafferrabili. Le figure umane colte nel loro spasimo, nel loro espressionismo, senza pudore rispetto ai momenti di turbamento estremo, ci sembrano imparentate con il racconto di Alina Rizzi. L'uomo è burattino nel teatro che altri uomini hanno voluto e costruito, tutti seguiamo il copione, e solo a pochi è concesso di non essere strattonati di continuo da strane entità che si muovono al buio sopra di noi, indossando il dolcevita nero – vuole la leggenda – così caro agli esistenzialisti francesi.

Occasione di passioni

«Ti ho dipinto un inverno/ di pane e comete/ di terre sventate». Così Alina Rizzi presenta al lettore, in questo libro, la sua poesia sensuale, fluente, surreale. «Nessun commento/ oltre la soglia sbarrata dal buio/ nato nel sonno/ e impregnato di giorno». Una poesia «nata nel sonno» e che vuole «impregnarsi di giorno» è una poesia che ha profonde radici nei fenomeni diurni e notturni della vita. «Mi vuoi col capo obliquo/ ristabilito dai giorni muti/ con le mani impazienti battuto/ da un ritmo di occhi chiusi miocardico/ e musicale». Questa poesia ha il suo palpito interno in una sorta di spericolata, rischiosa follia d’amore. «Esiste un nido/ davvero troppo alto da accudire/ dietro scudi di parole ben cucite/ spericolate». La parola è inadeguata a custodire quel nido interno. E’ flusso, emorragia, perdita, e non ce la fa a proteggere nulla. Si disperde, si effonde.

Un lungo e variato canzoniere amoroso è questo libro di poesie dove Alina Rizzi raccoglie quasi il corpus intero della sua produzione, un libro- costellazione di frammenti lirici, un “frutto sillabato” che attraverso “la danza matta” delle parole si inventa una carnale e aguzza presenza, un azzardo felice, un desiderio mai saziato di ulteriorità.

«Il poeta si augura di/ svolgere il profilo delle forme/ di/ abitare la pelle più sottile/ e ritrovare i giorni le canzoni/ intatti tra le tue mani». Abitare la pelle, svolgere le forme, è l’ambizione, complessa e conflittuale, di Alina, che spesso intona canzoni di un amore doloroso, scucito, lacerante. «Impunemente/ a rovistare le macerie/ negando il fuoco/ meticolosamente ripristinare/ sopra le braci non ancora spente/ come passasse il tuo dolore/ dalle dita le ossa/ come passasse». Gli esiti più felici di questa poesia sono le figure sospese di questa straziata scena amorosa. La poesia abita “gli interstizi del pensiero”, affonda in un canto che parla di “appunti e deliri”. Affiora spesso, nel poeta, un’enfasi del dire, si parla di “maremoti”, di “detriti sulle sponde abitate”, di paesaggi apocalittici, di un fuoco che distrugge e non salva. «Ardere spargendo/ le ceneri dei giorni/ non ancora avuti».

Poesia amniotica, palpitante, effusiva, quella di Alina Rizzi, con aloni simbolici e surreali, che si svolge tutta a «latitudini notturne», che dissolve il paesaggio esterno e interno in quello che spesso diventa un rogo, un ardere fisico/metafisico.

Ma talvolta il poeta si sorprende a meditare riflessioni più astratte. «Obliqua la lingua batte/ dove le regole allo specchio/ dietro lo specchio incrina/ le forme dall’acqua/ levigate». Oppure lavora su certe immagini più lente, più malinconiche, intrise di un surrealismo pacato che ricorda André Delvaux: «l’acqua ad infiltrarsi/ lentamente nelle crepe/ statue/ coi piedi immersi/ attenderemo altrove». Poi, però, ritorna la voce di una danza erotica, disperata, palpitante, guerriera: «sognare a giorni alterni/ le mani attorno ai polsi/ la forza di un comando/ circoscritto all’abbandono»; e il leggero, affilato, scintillante, linguisticamente giocoso canto d’amore: «chiamami/ chiedimi/ chiudendo fuori in/ chiostro nostro/ chiarendo/ chiaroveggendo/ chimere o/ chiavistelli/ chinato su di me/ chiosata non più/ chiusa da/ chiunque/ chiesta in/ chiodata/ chioccolante e/ chiaroscura/ dunque/ chiacchierata eppur più/ chiara in te/ chiarita»

Poi, ancora una volta, ritorna l’ombra scura, densa: «Specchio di creta/ l’assenza modella:/ lacrime e fame/ lo scavo accurato/ del tuo volto distratto».

Poesia femminile, quella di Alina Rizzi, ricca di umori, di sangue, di liquidi densi, di grassi orologi, surreale e carnale. Ma anche esposta all’incontro, all’occasione, al dettaglio intimo. Ora brevissima, ora poematica. Legata alla situazione vissuta - dentro e fuori - piuttosto che alla risonanza delle parole. Poesia di violenza surreale, che spesso fatica a trattenere questo empito a esplodere, a bruciare, a dissolversi.

Ma il poeta tenta anche cuciture, guarigioni. Confessa, di sé: «Non ho mai avuto tre anni e voglia di ridere». La sua voce è «Dentro un canto, quel canto più audace/ dei resti abbaglianti in cui affondo/ polverosi i passi/ già persi del ritorno». Alina Rizzi è come stordita dalla poesia, si effonde, si fa catturare, talvolta eccede nel confessare emozioni e palpiti. Ma questa voluta disattenzione fa parte di una poetica fluida, emorragica, che travolge e dissemina, non curandosi troppo di limiti e codici definiti.

 

Dal volume "Vertigine e misura", appunti sulla poesia contemporanea, di Marco Ercolani.

ed. La Vita Felice, giugno 2008

Molti autori di versi, grazie alla tecnica discreta e alle canoniche letture, sono in grado di scrivere una buona poesia. Ma di tecnici virtuosi e impeccabili, capaci di scrivere una buona poesia, di questa moltitudine di individui muniti di tastiera che legittimano la propria esistenza poetica con i versi mostrati nel web e commentati dall’amico di turno, non c’è alcun bisogno. Sono significativi quei poeti che, nel microcosmo delle loro parole, nella torsione di quella frase e nella scelta di quel lessico, non si accontentano di realizzare un testo compiuto o decoroso, ma sono immersi, spesso sommersi, nella percezione di un mondo pensato, ricreato, distrutto, attraverso il corpo delle frasi, il succo delle sillabe, la linfa della sintassi; e in quella percezione, spesso anomala, travolta dalla meraviglia e dall'eccesso, incontrano il destino - fisico, testuale - delle parole che hanno scelto, il modo con cui le hanno allineate sul foglio, «acerbo ancora il gusto/ di un frutto sillabato» (Alina Rizzi). Non serve distrarsi nei giochi sperimentali della lingua, ma occorre mettere la propria parola in gioco, scommettere le forme del mondo sulle sue diverse apparizioni e combinazioni, fedeli a quella che Cristina Campo definisce «una parabola del poeta, questo nemico involontario della legge di necessità». Su questi “teatri” di parole cala spesso, con grazia imperscrutabile, il silenzio di catastrofe invocato da Rimbaud: «Un rayon blanc, tombant du haut du ciel, anéantit cette comédie». Ma è una catastrofe della cui imminenza si può sempre parlare.
Ritorna, dominante, la riflessione di Robert Musil, secondo cui il poeta non è né il folle né il veggente né il bambino, ma “l'uomo che bada alle eccezioni”. Resta aperta la domanda: se “il poeta debba essere un figlio del suo tempo o un procreatore dei tempi”. La risposta è tautologica: il poeta crea il suo tempo e, creandolo, vibra in sintonia con chi lo ha preceduto e con chi lo seguirà, non essendo contemporaneo a nessuno.