OMICIDIO: SI PUO’ ESTINGUERE IL REATO NON LA COLPA
La nomina a segretario della Camera del deputato radicale D’Elia, ex componente del gruppo terroristico Prima Linea che ha scontato in passato molti anni di prigione per reati connessi a gravi fatti di sangue, anche se non da lui direttamente commessi, ha riacceso nei giorni scorsi una polemica che regolarmente si ripropone ogni qual volta una persona che ha violato in quinto comandamento – non uccidere – espiata la propria pena si riaffaccia in società in una dimensione pubblica. La sostanza del dibattere si riassume essenzialmente nel seguente quesito: un omicida torna ad essere una persona in tutto e per tutto uguale alle altre, una volta che abbia saldato il suo debito con la giustizia, o continua a gravare- su di lui e prima ancora in lui – il peso di una diversità irrimediabile?
Io non me la sento di dare fiato alle coscienze altrui, ma alla mia sì. E a questo quesito- che mille volte mi sono posto non in linea di principio ma come parte direttamente in causa, essendo io stesso un omicida – rispondo senza il minimo dubbio che chi uccide i conti non può mai saldarsi fino in fondo. Sia perché il male che ha commesso ha la prerogativa dell’irrimediabilità (l’espiazione della condanna anche più pesante non restituisce la vita a chi per mano sua l’ha presa), sia perché uccidendo ha infranto quello che per tutti, in ogni angolo del mondo su cui batta il sole della ragione e della pietà umana, è il valore più alto:il primato assoluto della vita. Per questo credo che la condanna scontata e il pentimento più sincero possono e anzi debbono restituire alla società degli “ex” ladri, degli “ex” rapinatori, degli “ex” truffatori, cioè persone affrancate dalla colpa per il fatto stesso d’averla espiata, ma non gli “ex” assassini. Chi ha ucciso ha comunque e per sempre uccido, e dell’ombra della propria colpa non potrà mai liberarsi del tutto, né agli occhi del mondo né – e tanto meno –agli occhi di se stesso.
Con questo non voglio dire che una volta tornato libero dopo lunghi anni di galera un omicida debba ridursi a vita da catecumeno, camminando radente i muri e abbassando gli occhi ogni volta che incrocia qualcuno. Voglio dire soltanto che non può permettersi di perdere il senso della propria “diversità” e che, quantomeno, deve imparare a mettere la sordina alle proprie esuberanze, rendendosi conto che le sue parole e i suoi comportamenti se leggeri rischiano di suonare vanesi, se troppo assertivi spavaldi, se biliosi allarmanti, se azzardati irresponsabili, se moralmente discutibili, provocatori e inquietanti. Non è una questione di auto-censura ma di misura e, semmai, di auto-educazione, perché tornare a vivere tra gli altri dopo essersi macchiati di un delitto così grave è un po’ come rinascere dal proprio stesso massacro, e occorre rieducarsi molto di più di quanto facciano, o aiutino a fare, la galera e la sua discutibile più ancora che carente pedagogia.
Per quel che mi riguarda, ho maturato in questi anni di carcere una tendenza sempre più marcata a scegliere le ultime file della platea piuttosto che le prime, ma non me la sento di dire che questa sia una ricetta valida per tutti. In fin dei conti la gran parte della mia vita io l’ho già vissuta, a tratti anche in pieno sole, e non è per me un sacrificio poi così grande pensare d vivere all’ombra gli anni che ho ancora davanti.
Diverso è certamente il caso di chi ha ucciso in giovane età, e dopo avere espiato una lunga condanna torna in società con una consistente aspettativa di vita e con l’idea di avere ancora cose importanti e degne da dire e da fare. In questi casi capisco che sia molto più difficile, scegliere l’ombra; e che in fondo non sia neppure giusto sceglierla in via pregiudiziale, perché esistono persone che hanno saputo davvero distillare dal male che hanno fatto ( e almeno giudizialmente pagato) risorse di sensibilità, di maturità, di passione umana e civile che possono tornare utili anche agli altri. Ciò non di meno anche su queste persone continua a gravare il peso di una colpa che non si estingue, ed è giusto pertanto che al coraggio di esporsi si uniscano la prudenza e il buon gusto di non sovresporsi, rischiando così di trasformare la visibilità nella sua narcisistica degenerazione: il protagonismo, che nel loro caso sarebbe imperdonabile.
P. M.