La parola di un presagio
Note sulla poesia di Lina Salvi

C’è tutto un mondo stretto in assedio in questi versi, tra strade minacciate e luoghi inabitabili: “dalle città a nord / le finestre di terra / fameliche ululano, contro / pallidi orizzonti(…)” e persino le case sono spazi di estraneità, dove le vite sono chiuse tra i muri inesorabili e silenti, dove si trascinano giorni incastrati in stanze dentro stanze e si respira una diffusa solitudine che è anche estraneità dei corpi. I luoghi, che siano esterni o interni, pare dunque che possano sempre aprirsi a una tragedia, che però non avviene, o è solo trattenuta e non si sa neppure da cosa e perché, come fosse trattenuta… da un’invocazione o, forse, da un gesto o da parola inaspettata, non detti e solo immaginati. Persino la natura sfugge alla comprensione e tutto si mostra nemico, ostile, senza un luogo dove trovare riparo: “Al tutto al niente somigliasse il campo arato-/ prigione naturale.” e ancora: “Mi spaventa il ritmo regolare/delle piante, le stagioni, sempre quelle/catena al collo(…)”.
C’è accettazione e insieme rifiuto in questi versi, tanto da farsi voce di un dolore trattenuto come per una consegna, come per un ordine imposto a se stessi che intima un assoluto pudore, impedendo le lacrime e la lamentazione. Le parole di questa poetessa esistono sulla pagina per registrare l’esistente, ma non i dati concreti in quanto tali, né gli stati d’animo della poetessa, bensì il presagio che è nelle cose, un presagio che lo sguardo coglie e il corpo sente e avverte ovunque: “ Questo era il vivere / un colloquio distante tra nomi/ un viaggio che invade le parole / noi siamo, tra le spalle, / respiro largo.(…)”. La parola di Lina Salvi è sempre scabra, quasi disincarnata , poiché leggiamo : “La parola non è che / un corpo innaturale / pelle avida di sale”, eppure proprio per questo è anche sempre parola pulsante che dice quella vita fragile, sottile, inanimata quasi che emerge a tratti dentro le fratture, tra le crepe; emerge nell’attimo sospeso, prima del vuoto e del silenzio, come venisse una fenditura di roccia da cui sgorga come un filo d’acqua: “abitavo un tempo una spiaggia / abitavo la polvere, la cenere / che il cratere allontana a valle / eppure, di quella gioia prima/la terra ne trema.” Ovunque nei testi si avverte il senso di una sospensione, come di un’attesa che ci mostri la sconfitta dataci in destino, a cui si sa di dover cedere alla fine, poiché tutto è già scritto, come destino che ci spetta e a cui non ci si può sottrarre. Il destino è dunque esilio, solitudine e non appartenenza: “Tutto era già qui. Il posto/ in cui sono nata, mente e corteccia./ Non mi riconosce, ho un accento/ straniero, tradito la sua follia segreta./ Tutte le case sono all’ultimo stadio/ nemmeno un vecchio custodisce /gli avanzi del pane. Tutta la forza/di un addio.”Eppure, nel grande deserto assediato delle strade e delle case di cui ci dice Lina Salvi, resta ancora uno slancio possibile, quasi una sorta di ‘volontà naturale’, di istintiva tensione a trovare varchi: “inseguo spazi di radiosità/ incarno privazioni”. Il corpo si fa apertura che cerca una gioia, anche solo a frammenti, breve e colma di esitazione e paura, ma la cerca e vive di questa resistenza tenace: “Resto comunque aggrappata/ alla vastità di una pianura, al mare/ d’oriente, a quel bacio inesplorato,/ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto/ci sarà dato, al secondo giro di vento,/al cenno sovrano del bicchiere.”
Non a caso il tempo verbale che ritma queste poesie è sovente il futuro, che ha in sé la speranza e l’apertura a un tempo che verrà: “Ci saranno sempre dei garofani / nella serra maestra, pronti a piegare / il gambo, inghiottire la vita / in un balzo, livelli d’asfalto. / Per raggiungere quel punto / sarà necessario proseguire / oltre questa sera, ammettere/ il vuoto nel cortile.”
Solo sapendo il vuoto, la fine e la sconfitta, solo accettando tutto ciò - pare volerci dire questa poesia - sarà possibile scorgere … qualcosa, il che non ci salva certamente, ma sapremo di essere parte del tutto, semplici elementi di una dimensione più vasta, punti che sono parte di un disegno in cui ciascuno ha il suo luogo e il suo scopo: il suo senso anche nel finire.
“Tocca a te guardare/ con il dovuto distacco/ cadere fuori, nel sonno / più profondo, abitare/ l’imperfetto.”, scrive la Salvi, poiché se la vita è il luogo dell’imperfetto, lì sta anche la poesia: parola tenace e fragile, essenziale e gratuita che nasce dalla consapevolezza della debolezza umana accettata nella carne, fatta propria come destino.

Gabriela Fantato

 
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