Nero Su Bianco di Edith de la H

NERO SU BIANCO

di Edith de la Hérronnièr

Una sottile freccia d’oro prende contatto di sbieco con la pista bianca.

Come definirlo, quel bianco? Non si apparenta in alcun modo al latte o alla panna; non ha né l’azzurrino del ghiaccio né il rosato della neve. Non ci si affonda dentro, non ci si scivola facilmente sopra (ahimé), non ci si addolciscono i propri costumi, non ci si calma la fame.

E’ un bianco indifferente, anzi un tantino ostile; un bianco che non porta soluzione, non distilla oblio, non offre facilità; un bianco che se ne frega. La sua pura verginalità sembra in attesa dell’insozzamento, dello stupro – insomma, della scrittura.

La sua neutralità leggermente granulosa è di un formato spaventosamente ridotto – 24 per 30 – Dio mio, come atterrare su un’area così striminzita?

La punta d’oro si posa e libera all’estremità nord-ovest della superficie candida un carburante del nero più nero sotto forma di una N maiuscola. Seguono un cerchio munito di una codina ritta come quella di un porcellino. No. Partire con una negazione, si dice lui. Cominciare con un No proprio nel momento in cui voglio affermare, mettere a nudo.

Non ci si denuda con dei No. Una riga orizzontale annulla con un tratto infastidito la parola iniziale. Per un istante la freccia d’oro resta sospesa nell’aria, incastrata tra il pollice, l’indice e il medio, tutti e tre troppo contratti per lasciarla correre felicemente sul bianco, come l’ha visto fare ad altri.

Poi, dal suo obice carico d’inchiostro nero, torna a sferrare l’offensiva. Questa volta è una M. Mai, scrive, mai…Si interrompe e pensa che mai e sempre sono due parole continuamente smentite, delle scommesse sul tempo che non esiste – non ancora o non più- e che, cominciando la pagina sotto i loro auspici, si sottopone fin dall’inizio alla tirannia de un’illusione. Quindi sopprime il mai e tutti i sempre futuri. Depenna il tempo.

Che cosa, allora? Si domanda, la penna per aria, contemplando le sue due scritte cancellate, mentre la mente gli corre ai bousilles dei soffiatori di vento. Ricominciamo da capo.

Raggiusta tra le dita il fuso oblungo e atterra sulla pagina in un’elegante sinuosità, seguita da un piccolo gancio chiuso: Se. Ci siamo. E’ l’inizio giusto.

Ma ecco che la sillaba ipotetica comincia a fargli girare la testa. Se sì, d’accordo, ma se no? Attaccare con un condizionale, che vigliaccheria! Il se del ricatto e della ristrettezza mentale, il se che evita il peggio: che vergogna! La mia penna dev’essere senza paura e senza riserve, a costo del sangue! Al diavolo le precauzioni. E traccia una grossa croce sul se e i suoi fratelli. Niente condizioni! Ed ecco il se crocifisso sull’altare di tutti i preamboli.

Guarda la pagina e gli scarabocchi e forma di croci, righe, spirali. Guarda tutte le cancellature. Una grossa lacrima cade su quella specie di cimitero e diluisce l’inchiostro del mai. Un’altra grossa lacrima cade sul bianco puro e forma un tondo dove la grana della carta risalta come attraverso una lente d’ingrandimento. Carino. Perché sfiancarsi a tracciare lettere? Le gocce d’acqua sono molto più poetiche. Forse che certe volte non basta piangere, perché tutto sia detto? Riuscirebbe, il tipografo, a stampare le lacrime?

I no, i se, i ma, tutti questi parassiti, gli stanno tutti a gambe all’aria nella testa. Ha perso le sue ancore di salvezza. Gli resta l’ardimento.

Forza, coraggio, pensa, inghiottendo la disperazione.

E, con mano sicura, traccia nei due terzi superiori della pagina un erotico Io.

 

(Tratto da “Guerre” di Edith de la Héronnièr, L’Ippocampo, 2006)

 
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