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MARIA ROSA CUTRUFELLI
E LE MADRI STORICHE
Postfazione del romanzo “La donna che visse per un sogno” di Maria Rosa Cutrufelli,
edizioni Frassinelli, 2004.
Avevo diciotto anni ed ero affamata di storie. Ma non di storie qualsiasi.
A quel tempo, verso la fine degli anni Sessanta, noi ragazze si viveva in una specie di vuoto. Ben pochi, allora, erano i libri che si occupavano di testimoniare, documentare o addirittura provare la nostra esistenza nella Storia. A un certo punto però ( difficile stabilire esattamente “quando” ) cominciammo a stufarci di questa faccenda, cioè di non possedere un passato. Anche se, in compenso, proprio la storia – qualcuno preferiva parlare di Natura – ci aveva rifornito di un bel piedistallo su cui troneggiare: la famosa “femminilità”. Ma qui si apriva una contraddizione. Perché, Storia o Natura, il fatto è che ciascuna di noi, pur essendo in modo incontestabile una singola entità, si ritrovava poi a far parte di un insieme, una specie di splendido e ancestrale organismo collettivo chiamato appunto “La Donna”. Poesie, canzoni, film, romanzi… Chi mai poteva sostenere che quella “Donna” vivesse in un vuoto? Quante, ma quante opere dedicate a Lei, ispirata da Lei, che ragionavano di Lei, che la svelavano a se stessa! Che altro c’era da aggiungere a tutto quel ben di Dio?
Mi sentivo un po’ confusa. Non sapevo che pensare. Però sicuramente qualcosa non tornava: avevo l’impressione che il mito della “Donna” non corrispondesse affatto alla vita e all’esperienza delle “donne”. Pensa e ripensa, giunsi alla conclusione che quel magnifico singolare era in realtà un dono avvelenato, capace di annullare con il suo peso le nostre varie e “plurali” esistenze. E allora, poiché non volevo più vivere immersa in una femminilità senza tempo, senza volto e senza voce propria, cominciai a cercare, nella Storia, le storie. Divenni una “pescatrice di vite perdute”. Così scrive Don De Lillo in quella meraviglia di romanzo che è Underworld: “ le donne sono pescatrici dei vite perdute”.
Per la verità, De Lillo fa riferimento all’abitudine, tutta femminile, di farsi sempre carico dei problemi altrui: crocerossine in famiglia, crocerossine in amore, crocerossine sul lavoro. In una parola: crocerossine del mondo. Un’abitudine spesso più deplorevole che lodevole, ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare invece del fatto che noi, ragazze di fine anni Sessanta, all’improvviso o forse no, in qualche maniera, non so come, diventammo crocerossine di noi stesse. E, di conseguenza, pescatrici di vite perdute.
Insomma, ce la mettemmo tutta per ripescare quelle donne che ci avevano preceduto nel tempo e ci avevano lasciato un’invisibile eredità di parole, di sogni, di gesti significativi.
Proprio in quel periodo di affannose ed entusiasmanti ricerche da autodidatta lessi un piccolo libro, pubblicato dagli Editori riuniti: Storia dell’emancipazione femminile, scritto da Luciana Capezzoli e Grazia Cappabianca (due nomi a me peraltro sconosciuti). Durante la lettura mi imbattei in questa frase: “ Nel 1791 Olimpia de Gouges con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, indirizzò le aspirazioni femminili verso una vera uguaglianza”.
Mi chiesi: ma allora esiste una falsa uguaglianza? E chi era quella donna che aveva saputo discernere il vero dal falso?
Avvenne in questo modo il mio primo incontro con la capostipite del pensiero femminile moderno. La sola donna che, al tempo della Rivoluzione, pose il problema della presenza femminile sulla scena politica. La sola che osò immaginarsi “Uomo di Stato” ( “Donna di Stato” era, a quell’epoca – e forse, a ben pensarci, anche alla nostra – un nonsenso, o meglio un ossimoro).
E’ passato un bel po’ di tempo da quella mia scoperta giovanile. Io non ho più diciotto anni ma Olympe de Gouges non è più una “vita perduta”. A volte succede che il tempo non passi invano. Oggi, grazie alla fame di storia e di storie della mia generazione, Olympe de Gouges è di nuovo letta, studiata e discussa con il rispetto e l’attenzione che le sono dovuti.
Di lei si può certamente dire che è stata la più scomoda, fra le donne della Rivoluzione francese, la più innovatrice. Non a caso all’inizio del Novecento un medico militare, il cui nome non merita di essere ricordato, scrisse un opuscolo ( “scientifico”) per analizzare proprio il “caso” de Gouges. La rivoluzione, sosteneva costui, fa credere alle donne di potersi appropriare di qualità tipiche dell’uomo, e questo errore le conduce a gravi patologie. Olympe aveva coraggio, riconosce il nostro medico, ma “rovinato da un desiderio eccessivo di originalità, da bizzarre idee femministe e da una demente vanità” che l’induceva a incredibili stravaganze, tipo “fare il bagno tutti i giorni o, almeno, un pediluvio”. Era malata, senza subbio. E il nome della sua malattia era “paranoia reformatoria”. Voleva riformare il mondo. Una follia, è evidente.
Ma, a dispetto di questa diagnosi, Olympe de Gouges è riuscita a occupare nella Storia il posto che le compete. Così oggi conosciamo, grazie al alcune biografie (la più completa, quella di Olivier Blanc), le tappe della sua movimentata esistenza, possiamo leggere in edizioni moderne i suoi testi politici ( ma più di tremila pagine giacciono ancora inedite negli archivi francesi) o il suo romanzo autobiografico e gli scritti teatrali, riproposti da Eleni Varikas e da Gisela Thiele-Knobloch. Se vogliamo, possiamo anche avvicinarci al suo pensiero tramite le analisi e le interpretazioni delle storiche e delle filosofe femministe: Joan Scott, Christine Veauvy, Glissa Del Re, Maria Luisa Boccia, per citarne alcune.
Joan Scott, per esempio, è partita dal dibattito settecentesco sull’immaginazione per mostrare come Olympe de Gouges abbia fondato la sua azione politica proprio su questo concetto, rielaborandolo in una chiave originale e personalissima ( non per niente i suoi nemici, nel corso dei secoli, hanno insistito sull’ immaginazione esaltata o sulla fatale immaginazione dei sogni di Olympe). Maria Luisa Boccia, da parte sua, vede in Olympe de Gouges un’antesignana del pensiero anti-emancipazionista. In parole povere: mentre Mary Wollstonecraft, l’altra grande “madre” storica del femminismo, contemporanea della de Gouges, ipotizza una società “regolata e organizzata in forme asessuate”, che non tengono conto cioè dell’appartenenza del cittadino all’un sesso o all’altro, Olympe de Gouges rivendica, al contrario, una società in cui uomini e donne non siano ricondotti ad un unico soggetto neutro e disincarnato (disincarnato, appunto, perché neutro). Le donne, dice sostanzialmente nella sua Dichiarazione dei diritti, prendono parte alla fondazione dello Stato proprio in quanto “ soggetto differente”. E in questo Olympe de Gouges si rivela davvero moderna, molto più vicina alla nostra sensibilità della Wollstonecraft.
Ma al di là di tutto, delle diatribe e delle interpretazioni storiche, delle calunnie interessate, dell’odio e dell’amore suscitato, vorrei dire che in una cosa almeno Olympe aveva sicuramente ragione: le parole sopravvivono al sangue che sporca anche le Rivoluzioni. Non è il sangue, sono le parole a spezzare la catena del destino e a introdurre la speranza nella Storia.
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