SYLVIA PLATH: la poesia
SYLVIA PLATH: LA POESIA E’ UTILE?

( Il saggio che segue è stato scritto da Sylvia Plath nel 1962, col titolo “Contesto”. La traduzione italiana si trova nel volume “Johnny Panic e la Bibbia dei sogni” edita da Bompiani).

I problemi del nostro tempo che al momento mi preoccupano sono gli imprevedibili effetti genetici della pioggia radioattiva e un articolo sulla terrificante, folle, onnipotente fusione in america della grande industria e dell’esercito – Juggernaut, lo stato di Guerra di Fred J.Cook in un recente numero della “Nation”. Questo influenza forse il genere di poesia che scrivo? Sì, ma indirettamente. Non sono dotata della lingua di Geremia, benché possa essere abbastanza angosciata di fronte alla mia visione dell’apocalisse. Le mie poesie non parlano di Hiroshima, ma di un bambino che si va formando nel buio, dito dopo dito. Non parlano dei terrori dell’estinzione di massa, ma del pallore della luna sopra un albero di tasso in un vicino cimitero. Non parlano dei testamenti di algerini torturati, ma dei pensieri notturni di un chirurgo stanco.
In un certo senso, queste poesie sono deviazioni. Non penso siano una fuga. Per me, i veri problemi del nostro tempo sono quelli di tutti i tempi – la sofferenza e la gioia d’amare; la creazione in ogni sua forma – bambini, pagnotte, quadri, edifici; e la sopravvivenza di tutte le genti in ogni luogo, la cui messa a repentaglio nessun famoso discorso di “pace” o “implacabile nemico” può scusare.
Non credo che una poesia da “prima pagina” interesserebbe maggiormente la gente dei titoli di un giornale. E a meno che la poesia d’occasione non sbocci da qualcosa di più vicino all’osso di una generale, mutevole filantropia e non sia, addirittura, quella cosa rara – una vera poesia – corre il rischio di essere buttata via altrettanto rapidamente del giornale stesso.
I poeti che amo sono posseduti dalle loro liriche come dal ritmo steso del loro respiro. Le loro migliori poesie sembrano nate di getto, non elaborate a fatica; certe poesie dei Life Studies di Robert Lowell, ad esempio; certi versi di Theodore Roethke; alcuni di Elisabeth Bishop e parecchi di Stenie Smith ( “L’arte è selvaggia come un gatto e ben distinta dalla civiltà”).
Sicuramente l’utilità della poesia è il suo stesso piacere – non la sua influenza intesa come propaganda religiosa o politica. Taluni versi mi paiono solidi e miracolosi quanto devono sembrarlo altari di chiesa o l’incoronazione di una regina, a persone che venerano tutt’altre immagini. Non mi turba il fatto che la poesia raggiunga relativamente poche persone. In effetti, si spinge sorprendentemente lontano – in mezzo a estranei e persino intorno al mondo. Più lontano delle parole di un maestro di scuola e delle ricette di un medico; e se ha fortuna,più lontano dell’arco di una vita.

 
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